DON GABRIELE FOTI: NOTIZIE DAL KENIA !! 16 luglio 2012

Nairobi, 9 luglio 2012

Cari Amici,

eccomi di nuovo a continuare il diario missionario da Nairobi. Io sto molto bene e la vita in Africa è sempre molto bella. Avrei voluto scrivervi prima, magari settimana scorsa, ma ho avuto la possibilità inaspettata di andare in Uganda per qualche giorno. La ragione era l‚ordinazione sacerdotale del fratello di don Agapitus, ugandese e membro della Fraternità San Carlo. Con l’occasione abbiamo fatto un pellegrinaggio con una ventina di parrocchiani al Santuario dei Martiri Ugandesi a Kampala, abbiamo visitato il Meeting Point per i malati di AIDS di Rose e incontrato amici che vivono lì. Personalmente sono anche molto felice per aver visto le mitiche sorgenti del Nilo e aver toccato l’acqua del leggendario Lago Vittoria. Il viaggio in pullman di 14 ore mi ha permesso di osservare con attenzione la vita ugandese. Anche la prima messa del novello prete al villaggio di origine, tutta in dopadola (lingua locale), è stata un‚occasione di vedere la bellezza di un popolo in festa per un membro del villaggio divenuto sacerdote e lo stupore di tutti i bambini per l’uomo bianco, evento abbastanza raro da quelle parti.

Ed ora ecco a voi:

LA PARROCCHIA DI SAN GIUSEPPE (SAINT JOSEPH‚S CATHOLIC CHURCH)

L’origine della parrocchia è una storia che si tramanda di generazione in generazione, anche se i fondatori sono ancora vivi. Circa vent’anni fa, se non più, questo luogo era praticamente disabitato. C‚erano pochissime case sparse qua e là e la parrocchia più vicina si trovava a una decina di chilometri di distanza. Ogni tanto veniva un prete e celebrava la messa sotto un albero, per questo gruppo che si chiamava Jumuiya (cioè piccola comunità cristiana) St Joseph. Poi gli stessi fedeli hanno provveduto a costruire una chiesa in lamiera. Infine circa quindici anni fa sono arrivati i nostri preti, è stata eretta una parrocchia e poi costruita la chiesa definitiva. Nel frattempo il quartiere si è ampliato e adesso vi abitano più di 25.000 persone, nelle due aree di Kahawa Sukari (la parte più ricca e benestante) e Kahawa Wendani (quella più povera e formata da qualche casa benestante e tante baracche). Appena entrati dal cancello della chiesa, si identifica subito la cisterna del pozzo, al centro del cortile, che fornisce acqua pulita alla chiesa, all‚asilo, all‚oratorio e alla casa dei preti (che si trova proprio di fronte al cancello del cortile). Quando c‚è grave siccità e l‚acquedotto non manda acqua, oppure un tubo viene rotto durante i lavori nelle strade, il cortile della chiesa si riempie di mamme e bambini con taniche e bidoni di plastica, che poi portano indietro pieni di acqua in equilibrio sulla testa o sulla schiena. Poco più avanti vi è la struttura della vecchia chiesa in lamiera. Oggi viene usata come salone per le attività con i bambini disabili o con i malati di AIDS. Una volta al mese vi celebriamo la messa con tutti i bambini (al di sotto dei 14 anni) e con i loro genitori. E, alla domenica, quando non celebriamo lì, diventa il salone della Sunday School con circa 200 bambini dai 3 agli 8 anni. Poi viene usata dal coro per le prove, dai giovani per giocare e ballare durante la settimana. Insomma, è utilissima. Di fronte alla chiesa di lamiera si trova l‚asilo parrocchiale, intitolato a Emanuela Mazzola, una ragazza di architettura di Milano morta giovane in un incidente stradale. Ospita 90 bambini nelle tre classi: baby-class, nursery, pre-unit. A fianco all‚asilo sorge la chiesa in muratura. La struttura (pensata da un architetto italiano e realizzata da lavoratori locali) dà l‚idea di una grande capanna africana. Strutturalmente molto semplice, le porte vengono aperte durante le messe domenicale per permettere alla gente che non riesce ad entrare (durante la messa in Kiswahili vengono in genere più di mille persone) di assistere alla messa all‚esterno, ma potendo vedere l‚altare e sentire le parole grazie agli altoparlanti esterni. Le pareti sono in nuda pietra, mentre il soffitto è internamente ricoperto di legno. La forma della chiesa è quasi semicircolare (un po‚ ovalizzante), con l‚altare al centro. C‚è lo spazio per il coro (lo si identifica immediatamente appena entrati per via dei tamburi, l‚organo africano), e lì vicino si trova una statua in legno della Madonna, con fattezze africane. A sinistra in fondo si trova il tabernacolo, mentre i confessionali sono nelle colonne cave all‚ingresso della chiesa. Alle spalle dell‚altare, direttamente comunicante con la chiesa, si trova la sacrestia. Durante la settimana, le panche sono raccolte ai lati della chiesa. Anche perché durante messa serale ci sono solo trenta persone, solitamente. Così si può ammirare il favoloso pavimento di mosaico. Dai punti più distanti dell‚altare s‚incomincia con una serie di animali africani (leoni, gazzelle, zebre, etc∑). Man mano che si procede verso l‚altare cominciano a comparire uomini (come un incedere della creazione di Dio) e infine, il presbiterio, centro liturgico, dove Dio si fa presente nell‚Eucarestia durante la messa. Ogni giorno della settimana abbiamo un‚ora di adorazione eucaristica, guidata da uno dei sacerdoti, e poi la Santa Messa. Mentre alla domenica ci sono solo le tre messe del mattino. Alle 8, con circa 400 persone, in inglese. Alle 9.30 con più di mille, in Kiswahili. E infine alle 11.30, con circa 600 persone, in inglese. Il week-end è il cuore della settimana. Noi preti diciamo che tutto avviene nell‚week-end. Non solo le messe molto partecipate, ma anche il catechismo dei bambini e degli adulti, il consiglio pastorale, quello esecutivo e quello finanziario (naturalmente in domeniche differenti). I giovani si riuniscono dopo la messa, il coro fa le prove. I carismatici cantano e ballano tutto il pomeriggio nella chiesa vecchia, quando non ci sono altre attività. Il gruppo medie s‚incontra in chiesa e poi in oratorio. Spesso è tutto così impegnato che i gruppi si ritrovano all‚aperto con qualche sedia, oppure nella capanna di legno (stile africano) che si trova vicino al pozzo e che serve da rifugio notturno alle guardie. Sotto la chiesa si trovano gli uffici del parroco, dell‚amministratore, dei contabili e della segretaria. Poi vi sono due aule, una piccolina per incontri con poche persone e una molto grande (per il consiglio pastorale, incontri con i genitori, film con i ragazzi, ritiro mensile con i parrocchiani, etc∑). Vicino agli uffici si trovano la cucina, l‚ufficio del catechista ufficiale della parrocchia e delle assistenti sociali, che si occupano rispettivamente dei sieropositivi, dei disabili e del sostegno a distanza. Infine vi sono altre aule per incontri e per la raccolta di cibo da distribuire ai poveri della parrocchia. Poco distante dalla chiesa, fuori dal cancello, si trova il terreno delle vecchie scuole (ora trasferite a qualche chilometro di distanza). Sul terreno sono state costruite le aule in lamiera, con la cucina e il refettorio. Oggi usiamo questi spazi per le attività pastorali, soprattutto per il catechismo, il gruppo medie e l‚oratorio estivo.

Le attività che si svolgono in parrocchia sono più o meno le stesse di una parrocchia in Italia. Catechismo per i bambini, catechismo per gli adulti, oratorio estivo, gruppo medie (Mantello di San Giuseppe), attività con i disabili e con i malati di AIDS, il gruppo azione cattolica uomini, il gruppo azione cattolica donne, il gruppo di CL, i carismatici, il coro dei giovani della terza messa, il coro ufficiale della seconda messa, il coro misto della prima messa, gruppo liturgico, gruppo per lo sviluppo della chiesa e infine le 15 Jumuiye o piccole comunità cristiane in cui è suddiviso il territorio parrocchiale, molto attive a livello capillare.

Il punto d‚incontro di tutta questa vita è certamente la messa domenicale e il ritiro mensile, che a turno noi sacerdoti teniamo una volta al mese (impegna tutta la mattina di un sabato), su diversi temi di dottrina cristiana. E‚ la parola che i sacerdoti vogliono comunicare al loro popolo e sulla quale si lavora durante il mese successivo.

Per ora vi saluto, nelle prossime lettere cercherò di raccontare qualcosa di più sui diversi ambiti della parrocchia.

Immagino alcuni di voi in vacanza, altri prossimi. Qui, invece, siamo nel periodo più freddo (alzi la mano chi in Italia m‚invidia moltissimo) e di vacanza non si parla ancora. Si parla invece di trascorrere gli ultimi tre mesi dell‚anno in uno sperduto paese della Tanzania a imparare il Kiswahili. Forse sarà la volta buona che imparerò a comunicare con molte persone del Meeting Point senza interprete.

Vi auguro quindi buone vacanze, buon riposo.

Vi scriverò prima di partire, anche perché non so se riuscirò a farlo dalla Tanzania.

Mi raccomando, continuate a pregare per noi. Grazie.

Don Gabriele

ID
Maggio 2012. “Buongiorno, per favore può controllare se è arrivata la mia ID (Identity Card)?”. L’Ufficio Immigrazione Keniota sembra la torre di Babele. Popoli di tutte le razze e lingue si danno appuntamento ogni giorno in questo edificio per chiedere o rinnovare il permesso di soggiorno e ricevere la tanto sospirata ID per stranieri, utilissima per mille usi. “Dammi la ricevuta”, mi risponde l’impiegato in servizio con la solita gentilezza. “Eccola”. “Sei fortunato, eccola qui”. Beh, fortunato mi sembra una parola grossa e decisamente decontestualizzata. Infatti il tutto aveva inizio nel Gennaio 2011. Appena arrivato a Nairobi ho incominciato a mettere insieme i documenti necessari alla richiesta del permesso di soggiorno (dalle varie lettere dei superiori firmate dal Cardinale al certificato di ordinazione in latino tradotto in inglese e vidimato dal Nunzio Apostolico). Dopo tre mesi sono riuscito a portare il tutto dalla suora dell’Arcivescovado, incaricata di seguire le richieste per la diocesi. Dopo altri due mesi, mi è arrivata la notifica del permesso di soggiorno. Ho speso una giornata in giro per gli uffici per riuscire a far scrivere il permesso di soggiorno sul passaporto. Vai allo sportello uno, che mette un timbro, ti manda allo sportello due per pagare, se vai al tre con la ricevuta ti mettono un altro timbro, ma ti rimandano all’uno per la firma, dopo la firma passi al quattro dove ti danno una ricevuta e al cinque ti scrivono finalmente sul passaporto il numero del permesso di soggiorno. Con il permesso di soggiorno sul passaporto è possibile richiedere la mitica ID. Altro giro infinito di uffici, qui compili il modulo, là lo consegni, lì ti prendono le impronte digitali di tutte e 10 le dita, e, giunto all’ultimo sportello, l’impiegato consegna la ricevuta, dicendo: “Torna fra 6 settimane”. Era il Maggio 2011. Sono tornato dopo 6 settimane e poi dopo altre 6 e ancora avanti. Praticamente ogni mese ero lì, ormai avevamo fatto amicizia con l’impiegato dello sportello, ma del mio documento non c’era traccia. Deciso ormai a lasciar perdere, m’incontro casualmente con una parrocchiana che è stata trasferita in quegli uffici da poco. “Non ti preoccupare padre, ci penso io. In poco tempo avrai la tua ID”. Grazie al cielo, senza di lei non ne sarei uscito. E aveva ragione, dopo due mesi ecco giunto il momento tanto atteso, la consegna della ID. Ma anche questo è un momento delicato. Altre persone hanno ricevuto la loro ID e subito hanno fatto presente degli errori di ortografia nel nome. Non l’hanno mai più ricevuta. Non farò lo stesso errore. Mi fermo giusto un secondo a controllare. Nome, ok. Data di nascita, due anni di più. Fa niente. N. passaporto, ok. Cavoli, però questo errore è grosso, non posso tacere. “Scusi, ho un problema. Invece di durare tre anni (chiaramente a partire da Maggio 2011, ndr), dura tre mesi. Vede, è scaduta ad Agosto 2011, siamo a Maggio 2012”. “Si vede che si sono sbagliati, ogni tanto capita”. “Cosa faccio adesso?”. “Deve rinnovarla, non può andare in giro con la ID scaduta”. Avrei molte cose da dirgli, ma non posso, del resto è lui che comanda. “Deve ricominciare tutto l’iter, pagare di nuovo, di nuovo le impronte digitali, e aspettare 6 settimane”. A malincuore riprendo le mia carta e rincomincio il giro. Chissà quanto tempo ci vorrà questa volta. Vado al primo sportello e preparo i soldi per il rinnovo. Glieli porgo insieme al modulo riempito. “Questi soldi non bastano”. “Come mai? C’è scritto qui per il rinnovo pagare tot”.”E’ vero, ma la sua carta è scaduta ad agosto dell’anno scorso. Quindi sei in ritardo di parecchi mesi. C’è la sovrattassa”.
Non posso evitare una fragorosa risata, fra la sorpresa dei presenti. Questo è il bello dell’Africa: nulla è mai come lo avevi programmato e questo fa restare veramente pronti allo stupore.

HARAMBEE (TIRIAMO INSIEME)
Erano parecchi anni che questa parola, dal sapore quasi sacro, non veniva pronunciata così decisamente. Ogni tanto qualcuno ne parlava, ma come si parla di un ricordo lontano. E nulla faceva presagire che si sarebbe potuto nuovamente udire questo suono così presto. E invece. Invece una mattina di marzo, il consiglio esecutivo del Parroco era riunito per prendere una decisione importante. Sul tavolo vi erano alcune questioni urgenti, soprattutto di carattere economico. Fra le altre, la necessità di acquistare il terreno dove attualmente sorge l’oratorio e l’annuale colletta per le necessità della diocesi, una cifra stabilita dal Cardinale (diversa da parrocchia a parrocchia) e che ogni parroco di Nairobi è tenuto a donare, oltre a fondi per completare migliorie della chiesa. Il totale della somma non era di certo indifferente, soprattutto per una realtà africana come la nostra. Don Alfonso e i suoi collaboratori avevano pensato a tutte le possibilità per avere a disposizione la cifra in tempi rapidi, ma nessuna delle proposte sembrava fare al caso nostro. Finché, timidamente, una voce si è levata dalle fila dei presenti. “Perché non facciamo un Harambee?”. Il gruppo è rimasto con il fiato sospeso per qualche secondo e poi tutti, con entusiasmo, hanno appoggiato la proposta. “Si, facciamo un Harambee”. Al termine della seduta, veniva fissato l’Harambee per domenica 29 aprile (in pratica un mese e mezzo dopo), con lancio immediato durante le messe della successiva settimana. Quella domenica sono andato in chiesa al termine della messa principale, proprio per la curiosità di vedere la reazione della gente al lancio dell’Harambee. Il capo del consiglio pastorale (chairman) e il parroco hanno lanciato l’Harambee con vigore, spiegando accuratamente le ragioni e invitando i parrocchiani ad aderire con entusiasmo. Alla parola Harambee un clima di serio silenzio è sceso sui fedeli. Una vecchina vicino a me, che non aveva sentito bene, mi ha chiesto: “Baba, (padre), cos’hanno detto?” E io: “Shosho (nonnina), hanno detto Harambee”. Il volto della donna, pieno di rughe a causa del sole africano, si è illuminato, mentre lei ripeteva la parola magica, con venerazione. Harambee. Da quel giorno, la parrocchia si è messa in un vorticoso movimento. A ogni piccola comunità, a ogni gruppo, quali il coro o i giovani, era stato assegnato un target da raggiungere per partecipare alla raccolta. Le modalità venivano lasciate all’iniziativa dei vari gruppi. C’era chi aveva stampato piccole cards da distribuire ad amici e colleghi per chiedere sostegno all’iniziativa, chi ha organizzato cene nel proprio giardino, chi è andato a trovare imprenditori della città. Insomma, tutti si era lanciati per garantire il successo dell’evento. Tutto il resto era stato posticipato a dopo l’Harambee. Il tempo veniva calcolato in prima e dopo l’Harambee, non più in date. Alla domanda “Come stai?”, ci si sentiva rispondere “Abbiamo raggiunto un terzo del target”. Il 29 Aprile, neanche la metà della cifra era stata raccolta e molti, con volto triste, erano pronti a giurare nel fallimento dell’Harambee, forse una delle prime volte nella storia. Ma quello che è accaduto quel giorno, ha veramente dell’incredibile. Al posto delle solite tre messe, abbiamo celebrato la prima in parrocchia e un’altra, invitando tutti i parrocchiani, nel campo dell’oratorio da acquistare. C’erano circa duemila persone. Al termine della messa, molto partecipata, cantata e danzata, è cominciato il Grande Harambee. Ogni gruppo parrocchiale si riuniva in un punto del campo e quando veniva chiamato si recava, ballando, cantando e danzando insieme, dall’altra parte del terreno per consegnare il risultato della raccolta, che veniva proclamato a gran voce dal Cerimoniere. A quel punto, se il gruppo aveva raggiunto il target, veniva applaudito calorosamente. Quando la cifra stabilita non era raggiunta, gli amici del gruppo presenti venivano chiamati per sostenere, con un’ultima generosa offerta, la raccolta. Per cui quando il gruppo di Azione Cattolica uomini ha chiamato tutti gli uomini presenti ad aiutare, più di 600 persone si sono alzate e ballando e cantando tutte insieme, sono andate, una per una a depositare il loro contributo nella borsa del Cerimoniere. Così le donne di Azione Cattolica. Anche il gruppo dei preti (soprattutto con amici di don Alfonso che potevano permettersi di sostenere la nostra raccolta), e così via. Alla fine dell’Harambe, che è durato quattro ore, ci si trovava ad aver ballato e cantato con una buona parte dei gruppi presenti e ad avere la tasca svuotata. Ma ciò che impressionava maggiormente era la gioia con cui tutti hanno partecipato alla raccolta e la gioia era talmente percettibile da coinvolgere tutti i presenti. Di certo molti hanno dato anche di più di quanto potevano permettersi oppure hanno preferito sostenere l’Harambee piuttosto che usare quei soldi per altre necessità della famiglia, quali viaggi o cose importanti per la casa. Quando il parroco chiama l’Harambee, nessuno può sentirsi escluso e diventa un dovere morale sostenere le necessità della Chiesa. Uno spettacolo di unità e dedizione! Alla fine della giornata, miracolosamente, avevamo raccolto proprio quanto era stato fissato. Lo stupore per la bellezza, la cura e anche la riuscita dell’Harambee sono davvero rimasti negli occhi di tutti e se n’è parlato per tantissimo tempo.


Categorie: CAMISASCA, COMUNIONE E LIBERAZIONE, Don Gabriele Foti, FRATERNITA' SAN CARLO

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